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l'elettromotore perpetuo di Zamboni

il moto (quasi) perpetuo

il moto perpetuo è a tutt'oggi un sogno. Ma all'inizio dell'800 l'abate Giuseppe Zamboni ci è andato vicino

Giuseppe Zamboni (1776-1846)

l'elettromotore perpetuo di Zamboni

è stato un abate e fisico italiano. Nel 1812 inventò la pila a secco. Nonostante questo il suo nome oggi è praticamente sconosciuto presso il pubblico.

Dai suoi carteggi con altri ricercatori risulta che aveva fatto i primi esperimenti con la pila di Volta (inventata da Alessandro Volta nel 1799) già nell’anno 1800. Uno dei suoi principali intenti era rendere più efficiente, durevole e maneggevole la pila appena inventata dal suo conterraneo.

Tale fonte di energia aveva infatti diversi difetti, tra cui il fatto che lo zinco si consumava per effetto dell’acido solforico anche quando la pila non era in uso; inoltre vi era il problema della “polarizzazione”: dopo un certo periodo di funzionamento, quantificabile in ore o minuti, la pila cessava di funzionare; ciò rendeva necessario mescolare l’elettrolita e ripulire accuratamente gli elettrodi.

la pila di Zamboni

Attorno al 1812 Zamboni mandò alcune lettere ad Alessandro Volta, da cui ricevette tra l’altro alcuni suggerimenti sui materiali da utilizzare. Zamboni fece diversi esperimenti, realizzando pile composte da 2000 e più dischetti fatti una carta speciale, chiamata “carta d’argento”, carta su un lato della quale era stesa una sottile lamina di stagno o di una lega di rame e zinco detta tombacco. Tali dischetti venivano spalmati sull’altro lato con sull’una pasta di carbone di legno dolce polverizzato, impastato con acqua o lavorato con acido nitrico. Come consigliatogli da Volta, Zamboni sperimentò successivamente con successo l’ossido di manganese sciolto in acqua insieme a colla d’amido. I dischi venivano infilati in un tubo di vetro verniciato dentro e fuori con un prodotto isolante. La poca umidità dell’aria che riusciva a penetrare il sistema era sufficiente a scatenare la forza elettromotrice. Le tensioni raggiungibili con questo sistema potevano andare dal centinaio di volt a qualche migliaio, anche se con un amperaggio bassissimo, sull’ordine dei microampere.

Tali pile, risolvendo i problemi della corrosione degli elettrodi avevano una durata lunghissima, anche se le loro applicazioni sono limitate a causa delle correnti in gioco che sono estremamente basse.

Nonostante questo, le pile di Zamboni hanno trovato alcune applicazioni, tra le quali la realizzazione di dispositivi per la misurazione della corrente; Zamboni stesso, considerata la sensibilità delle sue pile all’umidità pensò fosse possibile il loro impiego per farne degli igrometri.

All’inizio del 1900 pile simili sono state impiegate nell'ambito delle ricerche sulla radioattività e la radiazione cosmica. Nella Seconda Guerra Mondiale e nella guerra del Vietnam sono state utilizzate come fonte di energia per visori a raggi infrarossi.

l'orologio perpetuo di Zamboni. Non è pefetto, però: bisogna cambiare le pile ogni cent'anni. Infinite volte nell'eternità

Ma l’impiego che ha reso famose queste pile sono stati certamente i celebri “orologi perpetui di Zamboni”, esposti in vari musei in Italia e nel mondo. Non servono a molto, ma funzionano. A Modena ne è esposto un esemplare, realizzato su progetto di Zamboni nel 1817 circa da Carlo Streizig e avviato nel 1839. Funzionò quasi ininterrottamente per circa un secolo. Il pendolo, costituito da un filo di platino leggerissimo e da due anelli concentrici in metallo, compieva inizialmente 95 oscillazioni al minuto. Nel 1932 lo stesso pendolo oscillava ancora, anche se 46 volte al minuto. Dopo alcuni mesi di riposo la pila riuscì a riprendersi, riportando le oscillazioni a 60 al minuto.

Al museo Traversi a Venezia è visibile un modello non funzionante perché rotto.

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